Madrededios! Mi impongo di non parlare del tempo atmosferico, del tempo che fugge, del tempo ciclico e del tempo che non basta mai. Sul primo devo fare un grande sforzo, perché io adoro un sacco parlare del tempo, sul secondo no, perché mi bastano le ansie che ho. Il terzo forse forse mi piace e per il quarto odio chi sta sempre a rimarcare di non aver abbastanza tempo... mi sembra una gran giustificazione e basta!
Così ho parlato del tempo, ho fatto un'inutile cappello e ho volutamente lasciato tutte le ripetizioni. Ad agosto ho fatto. Ad agosto non sono andato in vacanza, ad agosto non sono andato al mare (tranne al passaggio di uno di quei nomi malefici... va'.. sto parlando del tempo), ad agosto forse mi sono preso cura del mio fisico.. credo di ricordare bene.
E poi mi sa che mi sono un po' angosciato al pensiero delle cose che mi aspettavano a settembre e ho pure deciso un po' di cose che avrei fatto ad ottobre. Quindi ho passato agosto a non fare cose da agosto, in compenso ho pensato a cose che avrei dovuto fare a settembre. E adesso che è settembre mi sforzo di ricordare quel che ho fatto ad agosto. Secondo me c'è una di quelle frasi-aforisma sempre valide, pronunciate dal Dalai Lama o simili, che sto sovvertendo totalmente...
Comunque non siamo qui per me. Il 3 agosto ho fatto:
ne avevo voglia.. che ci vogliamo fare? No sul serio.. che ci vogliamo fare? Periodicamente mi prendono di ste voglie, forse ve ne avrò anche già raccontate... ho trovato un'anta dell'armadio piena di canovacci da cucina trasformati in cuscini... che ci faccio?
martedì 11 settembre 2012
venerdì 27 luglio 2012
mercoledì 25 luglio 2012
TWP - La Vecchia Signora
Essendo che io, quando dico, "Agosto sarà un mese di duro lavoro, la prossima settimana me la prendo di ferie!", rigorosamente l'universo mi si avversa contro, e più che ci credo mentre lo dico, più che mi si avversa, questa prossimasettimana me la sono goduta da una prospettiva tutta speciale e solitamente inesplorata: il letto. Giorno e notte. Senza distinzione tra l'uno e l'altra.
E cosa poteva fare un trentenne del 2012 a letto in piena estate? R. Farsi impossessare dallo spirito-della-vecchia-signora. Così quando il cosmo mi ha concesso un seduto-sul-letto ho deciso (pardon, lo-spirito ha deciso) di portare a termine una delle tante incompiute abbozzate lì dall'alba dei tempi.
L'idea nasce (a parte dalle milioni di immagini viste sul web e dalle mille persone ispiratrici che vi ho già presentato) da questa macchia rossa che vedete in questa foto mal ritoccata scattata in un ambiente che è nei fatti quello che appare: una sinistra caverna. La macchia rossa è un.. boh.. centrino? Chiamiamolo frutto della noia di una giornata uguale a se stessa e a tante altre in quel di Gambarotta in un anno fra gli enta e gli anta anni fa. E per alimentare il disgusting-mood devo ancora, per onore di cronaca, mettervi a conoscenza della traccia biologica che faceva da non-decoro (neanche a volercelo vedere alla Piero Manzoni) fra le maglie della lana.
Comunque, per farla breve, ho preso uno dei famosi lenzuoloni bianchi da corredo del secolo scorso, smacchinato, appuntato il di cui sopra e imbottito. E ora c'è anche lui (...e non ci faccio nulla!)
E cosa poteva fare un trentenne del 2012 a letto in piena estate? R. Farsi impossessare dallo spirito-della-vecchia-signora. Così quando il cosmo mi ha concesso un seduto-sul-letto ho deciso (pardon, lo-spirito ha deciso) di portare a termine una delle tante incompiute abbozzate lì dall'alba dei tempi.
L'idea nasce (a parte dalle milioni di immagini viste sul web e dalle mille persone ispiratrici che vi ho già presentato) da questa macchia rossa che vedete in questa foto mal ritoccata scattata in un ambiente che è nei fatti quello che appare: una sinistra caverna. La macchia rossa è un.. boh.. centrino? Chiamiamolo frutto della noia di una giornata uguale a se stessa e a tante altre in quel di Gambarotta in un anno fra gli enta e gli anta anni fa. E per alimentare il disgusting-mood devo ancora, per onore di cronaca, mettervi a conoscenza della traccia biologica che faceva da non-decoro (neanche a volercelo vedere alla Piero Manzoni) fra le maglie della lana.
Comunque, per farla breve, ho preso uno dei famosi lenzuoloni bianchi da corredo del secolo scorso, smacchinato, appuntato il di cui sopra e imbottito. E ora c'è anche lui (...e non ci faccio nulla!)
lunedì 23 luglio 2012
LML- Monterotondo #3
Mi chiedono celerità e stringatezza... vediamo di venire a capo di questa Storia, ma non prometto nulla.
Eravamo fermi sulla porta, giusto?... con il sottoscritto che stava vagamente facendo la figura del matto... Ora non ricordo bene quale fu l'approccio, quali le parole (vabbè "buonasera" senz'altro, in fondo non siam mica a raccontare un incontro ravvicinato del terzo tipo), ma ricordo che la signora dette al mio entusiasmo l'interpretazione più naturale per lei in quel momento "Lei cosa fa... è un fotografo? Questi scatti sono..." ma la sua voce si perdeva nel percorso verso le mie orecchie, concentrato com'ero a trovare un modo per presentarmi "No in realtà sono molto più interessato al luogo che ospita queste foto"... secco con sorriso (un più per il tatto).
Rieccolo. Quello sguardo di... boh.. se dico gelida sorpresa mi capite? Stupore/diffidenza.. non so... Ma in sostanza mi dissi un sonoro "Cretino!"... per quel che ne sapevo potevo avere davanti la curatrice, ideatrice, progenitrice della mostra ed io avevo stroncato sul nascere la narrazione sulla passione più grande della sua vita. In realtà, fortunatamente, ed è bene che lo dica subito, ad un anno di distanza da quell'incontro (ed ora che soprattutto ne sono seguiti altri) posso tranquillamente affermare di aver riletto altre volte, anzi più e più volte, se non tutte le volte quello sguardo negli occhi cerulei della signora. Quindi la mia uscita non fu fuoriluogo... se non nei limiti delle regole di una garbata conversazione.
Forse a questo punto è bene che mi fermi dal raccontare per scene tutti i passi che mi hanno portato a conoscere l'Associazione Culturale Osservatorio di Monterotondo, perché toglierei importanza all'operato della stessa, confondendola tra i miei deliri.
Questo fu un primo incontro. In quell'occasione potei informare la signora di aver conosciuto la Cappella dal pugno di un uomo che l'aveva vissuta un mezzo secolo prima e che stavo lavorando per poter far parlare nuovamente a più persone possibili quei racconti. Lì venni a conoscenza dell'esistenza di una giovane architetto che stava portando avanti da anni un lavoro ben più degno di essere chiamato tale del mio, perché con i suoi studi stava ridando vita al percorso secolare che aveva preceduto i miseri cinquant'anni che avevo tanto a cuore.
Da lì poi, come una serie di pacchi da scartare, scoprii che proprio a un passo da casa mia esisteva un mondo nel quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Un gruppo di persone nei cui intenti riconoscevo tanti dei miei. Persone che erano state disposte a sacrificare giorni, soldi, ore di sonno... in cambio della gratificazione di aver annullato i segni del tempo e dell'indifferenza non tanto su delle mura o su dei marmi, quanto su un patrimonio tanto intangibile quanto infinitamente prezioso.
Sic est... non divago oltre. Vi invito a prendere visione del sito, a ritagliarvi il tempo per passare in Cappella il martedì pomeriggio. Vi informerò sui futuri eventi. Voglio un sentito grazie per essermi limitato, perché mi stavo proprio divertendo a trasformare questa storia nella lunga vita di Marianna Ucrìa.
Eravamo fermi sulla porta, giusto?... con il sottoscritto che stava vagamente facendo la figura del matto... Ora non ricordo bene quale fu l'approccio, quali le parole (vabbè "buonasera" senz'altro, in fondo non siam mica a raccontare un incontro ravvicinato del terzo tipo), ma ricordo che la signora dette al mio entusiasmo l'interpretazione più naturale per lei in quel momento "Lei cosa fa... è un fotografo? Questi scatti sono..." ma la sua voce si perdeva nel percorso verso le mie orecchie, concentrato com'ero a trovare un modo per presentarmi "No in realtà sono molto più interessato al luogo che ospita queste foto"... secco con sorriso (un più per il tatto).
Rieccolo. Quello sguardo di... boh.. se dico gelida sorpresa mi capite? Stupore/diffidenza.. non so... Ma in sostanza mi dissi un sonoro "Cretino!"... per quel che ne sapevo potevo avere davanti la curatrice, ideatrice, progenitrice della mostra ed io avevo stroncato sul nascere la narrazione sulla passione più grande della sua vita. In realtà, fortunatamente, ed è bene che lo dica subito, ad un anno di distanza da quell'incontro (ed ora che soprattutto ne sono seguiti altri) posso tranquillamente affermare di aver riletto altre volte, anzi più e più volte, se non tutte le volte quello sguardo negli occhi cerulei della signora. Quindi la mia uscita non fu fuoriluogo... se non nei limiti delle regole di una garbata conversazione.
Forse a questo punto è bene che mi fermi dal raccontare per scene tutti i passi che mi hanno portato a conoscere l'Associazione Culturale Osservatorio di Monterotondo, perché toglierei importanza all'operato della stessa, confondendola tra i miei deliri.
Questo fu un primo incontro. In quell'occasione potei informare la signora di aver conosciuto la Cappella dal pugno di un uomo che l'aveva vissuta un mezzo secolo prima e che stavo lavorando per poter far parlare nuovamente a più persone possibili quei racconti. Lì venni a conoscenza dell'esistenza di una giovane architetto che stava portando avanti da anni un lavoro ben più degno di essere chiamato tale del mio, perché con i suoi studi stava ridando vita al percorso secolare che aveva preceduto i miseri cinquant'anni che avevo tanto a cuore.
Da lì poi, come una serie di pacchi da scartare, scoprii che proprio a un passo da casa mia esisteva un mondo nel quale mi sentivo perfettamente a mio agio. Un gruppo di persone nei cui intenti riconoscevo tanti dei miei. Persone che erano state disposte a sacrificare giorni, soldi, ore di sonno... in cambio della gratificazione di aver annullato i segni del tempo e dell'indifferenza non tanto su delle mura o su dei marmi, quanto su un patrimonio tanto intangibile quanto infinitamente prezioso.
Sic est... non divago oltre. Vi invito a prendere visione del sito, a ritagliarvi il tempo per passare in Cappella il martedì pomeriggio. Vi informerò sui futuri eventi. Voglio un sentito grazie per essermi limitato, perché mi stavo proprio divertendo a trasformare questa storia nella lunga vita di Marianna Ucrìa.
domenica 22 luglio 2012
La domenica al Bar Gambarotta#2
Vi ricordate?
Con un approccio romantico, il bar Gambarotta potrebbe raccontare dell'ardore e della lungimiranza di una famiglia... ma forse anche un po' della sua avidità... o magari potrebbe solamente essere storia di un'esclusione dalla propria comunità dettata da chissà quali motivi ormai sepolti dal tempo... oppure ancora potrebbe testimoniare semplice voglia di riscatto...
Nel dubbio diciamo allora che il Bar Gambarotta è mero cambiamento, dettato soprattutto dal coraggio di pochi montanari che negli anni '30 del novecento, di ritorno dall'Australia, posero il loro avamposto giù, lungo la provinciale che si stende nel suo tratto dolce fra Piazza al Serchio e Sillano, proprio ad un passo dalla curva a gomito prima del ponte che passa sopra al fiume.
Siamo là dove i monti garfagnini oggi cominciano ad essere decisamente sperduti, dove già si respira l'aria delle vette emiliane, e dove allora invece si era già così spersi e chiusi da trovarsi di fatto in un mondo ben definito nei suoi confini. Terra di pastori di pecore, terra di transumanza, di caldo a tratti asfissiante in estate, di umido persistente in autunno e di freddo penetrante in inverno. Terra di sporadiche nevicate, terra di boschi di castagno, di acqua e di terremoti violenti. Una terra, insomma, unica padrona della gente che per secoli l'ha abitata.
Questa terra racconta ancora oggi, ai pochi fortunati che come me ne riscoprono lembi nascosti sotto decenni di polvere, le fortune e i dolori, le soddisfazioni e gli asti, le astuzie e le villanie di famiglie come quella di Giuseppe Dante, nelle quali si perde a ritroso tra le generazioni il momento in cui mariti e mogli cominciarono a portare lo stesso cognome anche prima di sposarsi.
Con un approccio romantico, il bar Gambarotta potrebbe raccontare dell'ardore e della lungimiranza di una famiglia... ma forse anche un po' della sua avidità... o magari potrebbe solamente essere storia di un'esclusione dalla propria comunità dettata da chissà quali motivi ormai sepolti dal tempo... oppure ancora potrebbe testimoniare semplice voglia di riscatto...
Nel dubbio diciamo allora che il Bar Gambarotta è mero cambiamento, dettato soprattutto dal coraggio di pochi montanari che negli anni '30 del novecento, di ritorno dall'Australia, posero il loro avamposto giù, lungo la provinciale che si stende nel suo tratto dolce fra Piazza al Serchio e Sillano, proprio ad un passo dalla curva a gomito prima del ponte che passa sopra al fiume.
Siamo là dove i monti garfagnini oggi cominciano ad essere decisamente sperduti, dove già si respira l'aria delle vette emiliane, e dove allora invece si era già così spersi e chiusi da trovarsi di fatto in un mondo ben definito nei suoi confini. Terra di pastori di pecore, terra di transumanza, di caldo a tratti asfissiante in estate, di umido persistente in autunno e di freddo penetrante in inverno. Terra di sporadiche nevicate, terra di boschi di castagno, di acqua e di terremoti violenti. Una terra, insomma, unica padrona della gente che per secoli l'ha abitata.
Questa terra racconta ancora oggi, ai pochi fortunati che come me ne riscoprono lembi nascosti sotto decenni di polvere, le fortune e i dolori, le soddisfazioni e gli asti, le astuzie e le villanie di famiglie come quella di Giuseppe Dante, nelle quali si perde a ritroso tra le generazioni il momento in cui mariti e mogli cominciarono a portare lo stesso cognome anche prima di sposarsi.
giovedì 19 luglio 2012
New gadget on cijecam re-design!
Da oggi fino ad ottobre avrete la grande opportunità di cliccare su questo bottone nella colonna di destra del mio blog per accedere direttamente alla pagina del 6° Censimento dei Luoghi del Cuore del FAI, Fondo Ambiente Italiano e contribuire alla continuazione di una delle tante Storie che ci appassionano!
Mi raccomando..... fate ammodino ;)
mercoledì 18 luglio 2012
TWP - Finalmente! E 1...
Accumuli una vita senza sapere il perché. Conservi di tutto, ti mantieni forte per non valicare quel sottile confine che segna l'inizio della patologia... ogni tanto ti scoraggi e cedi al downshifting. Poi arrivano momenti come questi, in cui Costanza e Federico (il grafico, fra le altre cose, del blog Family Tester di CasaFacile) danno senso e compimento a questa ricerca di anni.
La loro splendida casa [segue... ] necessitava di un mobile per l'ingresso. Costanza e Federico, che avevano le idee più che chiare su quello che stavano cercando, mi girarono questa splendida board di pinterest. La aprii e fu il catartico momento rivelatore: adesso mi spiegavo perché, quando demolimmo il pollaio (35 metri quadri di pollaio!), decisi che avrei dovuto accatastare in un campo tutta la legna derivata... ("prima o poi potrebbe servire").
Cominciarono così una serie di giornate di selezione e catalogazione del materiale, anche nella speranza (insoddisfatta) di rinverdire il settore "da bruciare". Presi con me una rappresentanza del "lo salvo" e cominciai, scrutandola, a pensare. Con una board e con della legna così fu subito chiara una cosa: non potevo fare un solo mobile. Questo pezzo è perfetto per questo, ma con questo viene benissimo quest'altro. E così identificai 4 assi di legno, le più divorate dal tempo e da chissà quali coleotteri, e carta e penna alla mano iniziai a costruirci un mobile intorno.
Il risultato, non so, mi lasciò un po' così... era forse troppo grezzo? Il dubbio durò il tempo di un lampo. L'entusiasmo dei futuri proprietari fugò ogni incertezza. Ma poi vogliamo parlare della soddisfazione di aver dato fondo a tutte quelle viti/vitine/bullette meticolosamente conservate? Alle zampe di due tipi, ciascuna con la sua storia da raccontare? All'aver progettato in modo che quel pezzo di legno conservasse anche la cerniera rugginosa che aveva inchiodata? Insomma... voi cosa mi dite?
La loro splendida casa [segue... ] necessitava di un mobile per l'ingresso. Costanza e Federico, che avevano le idee più che chiare su quello che stavano cercando, mi girarono questa splendida board di pinterest. La aprii e fu il catartico momento rivelatore: adesso mi spiegavo perché, quando demolimmo il pollaio (35 metri quadri di pollaio!), decisi che avrei dovuto accatastare in un campo tutta la legna derivata... ("prima o poi potrebbe servire").
Cominciarono così una serie di giornate di selezione e catalogazione del materiale, anche nella speranza (insoddisfatta) di rinverdire il settore "da bruciare". Presi con me una rappresentanza del "lo salvo" e cominciai, scrutandola, a pensare. Con una board e con della legna così fu subito chiara una cosa: non potevo fare un solo mobile. Questo pezzo è perfetto per questo, ma con questo viene benissimo quest'altro. E così identificai 4 assi di legno, le più divorate dal tempo e da chissà quali coleotteri, e carta e penna alla mano iniziai a costruirci un mobile intorno.
Il risultato, non so, mi lasciò un po' così... era forse troppo grezzo? Il dubbio durò il tempo di un lampo. L'entusiasmo dei futuri proprietari fugò ogni incertezza. Ma poi vogliamo parlare della soddisfazione di aver dato fondo a tutte quelle viti/vitine/bullette meticolosamente conservate? Alle zampe di due tipi, ciascuna con la sua storia da raccontare? All'aver progettato in modo che quel pezzo di legno conservasse anche la cerniera rugginosa che aveva inchiodata? Insomma... voi cosa mi dite?
martedì 17 luglio 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)



















